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Investire nella green finance

25/02/2020

Quando si tratta di cambiamenti climatici, non c’è investitore istituzionale che non si interroghi sugli indicatori ambientali. Come realizzarli? Quali difficoltà si riscontrano? Quando saranno uniformati a livello europeo?

Nel 2011, l’Unione europea e 195 Stati si erano impegnati a raggiungere entro il 2015 un accordo internazionale volto a frenare il riscaldamento climatico e limitare l’aumento delle temperature tra 1,5 e 2°C rispetto all’epoca pre-industriale: era questo l’obiettivo della COP21.

Lo scorso novembre, gli Stati Uniti, prima potenza economica e seconda al mondo per emissioni di gas serra – dopo la Cina – hanno presentato all’ONU una notifica formale con la quale annunciavano il ritiro dall’Accordo di Parigi del 2015, recesso che sarà effettivo un anno dopo la suddetta comunicazione. Stando al comunicato del Segretario di Stato Mike Pompeo, gli Stati Uniti si giustificano sostenendo di non volersi assoggettare alle norme stabilite dall’accordo, che ritengono “un fardello economico iniquo imposto ai lavoratori, alle aziende e ai contribuenti americani”.

L’Europa va avanti, con o senza questo grande alleato

Dalla conclusione dell’accordo, la Commissione europea ha avviato a fine 2017 una serie di consultazioni volte a determinare la sensibilità degli asset manager e degli investitori istituzionali ai criteri ESG e alle questioni climatiche. L’intento era quello di elaborare, al termine di tale analisi, una tassonomia per incoraggiare gli investimenti nella green finance.

Al contempo, il governo francese e quello tedesco si sono schierati per includere il nucleare e il gas naturale nella classificazione delle attività sostenibili dalla quale, in un primo momento, erano stati esclusi. Del resto, una porzione significativa dell’economia dei due paesi dipende da attività legate a tali energie.

Tra l’altro, secondo uno studio di Greenpeace1, dall’Accordo di Parigi quattro grandi istituti bancari britannici hanno continuato a finanziare l’industria del carbone, nonostante il settore avesse promesso di incentivare energie più pulite. Date le circostanze, riusciremo a porre fine al finanziamento del carbone e a realizzare l’obiettivo dell’accordo, limitando il riscaldamento a +1,5°C?

Lo scorso 18 dicembre è stato registrato un notevole progresso in tale direzione grazie alla firma dell’accordo tra il Parlamento e il Consiglio europeo relativo alla creazione di un sistema di classificazione per le attività di investimento sostenibili (la tassonomia). Tale intesa, che pone in risalto l’impegno dimostrato dall’Unione europea (UE) nel dare esecuzione all’Accordo di Parigi, intende definire un linguaggio comune che permetta alle commissioni di sorveglianza ed agli investitori di raffrontare le società, che saranno peraltro sottoposte a obblighi di trasparenza.

L’intesa interessa le società quotate con oltre 500 dipendenti, che dovranno pertanto rendere nota la quota del fatturato destinata alle attività green e quella degli investimenti in attività cosiddette “di transizione”. Per attività “di transizione” si intendono ad esempio la produzione di automobili a benzina meno inquinanti rispetto a quelle della prima categoria green di attività interamente compatibili con l’Accordo di Parigi.

La tassonomia riguarda altresì prodotti finanziari quali gli OICR, le polizze di assicurazione sulla vita e i portafogli oggetto di un mandato di gestione. Questi strumenti dovranno comunicare pubblicamente le informazioni relative alla categoria green degli investimenti compatibili con la prima categoria green delle attività elencate nell’Accordo di Parigi.

Il Green Deal per l’Europa

A margine di questo accordo, lo scorso dicembre la Commissione europea ha presentato il suo Green Deal per l’Europa. Il documento abbraccia tutti gli ambiti dell’economia e delinea il percorso da seguire per rendere l’Europa il primo continente a impatto climatico neutro entro il 2050

Il “patto” è anche parte integrante della strategia della Commissione europea tesa ad attuare il programma delle Nazioni Uniti sulla biodiversità, il clima e il rafforzamento della propria diplomazia green.

Ma questo è solo il primo passo. Rimane ancora molta strada da percorrere per raggiungere l’obiettivo. La tassonomia, che terrà conto dei criteri ESG (ambientali, sociali e di governance) della finanza sostenibile, comprese le azioni concrete per il clima, dovrebbe essere adottato a fine 2021 ed entrare in vigore a fine 2022, secondo il calendario normativo o la road map definita dalla Commissione europea.

Le sfide ESG sono ampie e complesse. Dopo aver convenuto una definizione chiara, associandovi diverse metodologie, è necessario disporre di dati adeguati, in particolare nei paesi emergenti. Così come eroga prestiti a tassi d’interesse preferenziali alle aziende europee che intraprendono investimenti sostenibili, la BEI (Banca europea per gli investimenti) deve anche essere in grado di finanziare i paesi in via di sviluppo. Tuttavia, in queste regioni, il problema risiede nell’affidabilità degli indici ESG disponibili. Non esiste infatti nessun indice che fornisca informazioni sufficientemente accurate per stabilire se un investimento o una società sia conforme ai criteri ESG. L’assenza di dati o di una totale trasparenza da parte delle società che vi hanno sede non fa che complicare la situazione in questi paesi. In sostanza, come si può verificare che un’azienda soddisfi i criteri in materia di inquinamento o di fattori ESG senza doversi recare sul posto?

Due nuovi regolamenti

In attesa di indici universali, a fine novembre sono stati pubblicati due regolamenti del Parlamento e del Consiglio europeo.

  • Il primo, che riguarda la pubblicazione di informazioni in materia di sostenibilità nel settore dei servizi finanziari, entrerà in vigore dal 10 marzo 2021. Tali informazioni contribuiranno a migliorare la trasparenza riguardo all’integrazione dei rischi legati alla sostenibilità e indicheranno inoltre come le eventuali ripercussioni negative e le politiche di remunerazione hanno influito sulle decisioni di investimento e/o il rendimento dei prodotti finanziari disponibili. La Commissione deciderà, ad esempio, se mantenere il riferimento al numero medio di dipendenti entro il 30 dicembre 2020. Valuterà altresì se l’assenza di dati o la qualità dei dati correlati agli indicatori così definiti garantisce o meno la corretta applicazione del suddetto regolamento.
  • Il secondo modifica un regolamento precedente (2016/1011 del 27 novembre 2019) riguardante gli indici di riferimento “transizione climatica” e “Accordo di Parigi” dell’Unione, e la pubblicazione di informazioni in merito alla sostenibilità per gli indici di riferimento.

Gli sviluppi più recenti mostrano che l’Unione europea è determinata a introdurre un quadro normativo per una finanza sostenibile. La presidentessa della Commissione Europea, Ursula von der Leyen,  intende attuare “una nuova strategia di crescita, che restituisce più di quanto prende”2. La domanda di investimenti in prodotti finanziari sostenibili – proveniente da cittadini privati europei o soggetti istituzionali – è di fatto in aumento.

Una volta che l’Europa avrà definito il proprio progetto di economia sostenibile, agli asset manager non resterà che adeguarvisi.


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