Dentro lo smart working: benvenuti nel terzo millennio

02/08/2021

Un fattore implicito nel concetto di smart working è la capacità d’esser flessibile, sia dalla parte del lavoratore, sia da quella dell’azienda. Ciò comporta però, a sua volta, comprendere la portata del cambiamento e farsene carico. Per permettere al terzo millennio di farsi strada è necessario pensare oltre le sfide del momento, acquisendo competenze, abbandonando la propria zona di confort e approcciandosi al futuro con mente aperta. La prima delle best practice di questo nuovo mondo? Ottimizzare tempi e spazi, conciliando vita professionale e personale. How to be smart?

Le best practice nel lavoro da remoto: come conciliare tempi, spazi e persone

Benvenuti nel terzo millennio, un’epoca alla quale i primi anni ’20 hanno ufficialmente spalancato le porte, sostenuti dai ritmi incessanti della tecnologia e da qualche fuori programma (in primis, la crisi pandemica). L’incedere dello sviluppo tecnologico e le nuove abitudini di vita consolidatesi da marzo 2020, hanno imposto ad aziende e lavoratori un cambio di marcia. Traffico, uffici e riunioni di gruppo hanno lasciato il posto a silenzio, spazi dedicati e lavoro individuale. Due mondi separati, ognuno con dei pro e dei contro che, proprio per questo, possono trarre molto l’uno dall’altro. Approfondiamo il tema con Giovanna Pensalfine, direttore HR Italia di Societe Generale Securities Services (SGSS).

Ne abbiamo parlato tanto, ne abbiamo praticato tanto: cosa si cela dietro lo smart working?

Con l’avvento della pandemia, abbiamo scoperto una serie di possibilità. Abbiamo vissuto la portata del lavoro da remoto, un fattore dirompente, che ci ha dato modo di capire che il lavoro non è solo un luogo fisico, ma sono i legami, l’arricchimento personale e professionale.

Come Gruppo Societe Generale, abbiamo testato lo smart working già prima della pandemia. A partire dal 2018, abbiamo iniziato a notare il benessere di coloro che testavano l’alternanza tra smart e presenza fisica: la flessibilità mette le persone a proprio agio.

L’evoluzione verso un futuro da remoto non è di certo stata semplice: parliamo di ‘agreement’ e di ‘engagement’ dei dipendenti. Come si motiva un lavoratore smart e quali sono le principali esigenze che devono essere soddisfatte?

Le modalità di lavoro smart hanno offerto la possibilità di trovare un nuovo ‘agreement’ con i collaboratori, capace di bilanciare vita lavorativa e vita privata, senza creare inefficienze. Concretamente, lo smart working toglie il controllo fisico del datore e aumenta la responsabilità del singolo. Si tratta quindi di ‘engagement’, di coinvolgimento diretto e di ascolto.

Qui però la strada si fa in salita. La vera sfida sarà riuscire a conciliare la capacità di lavoro tra team, in parte in presenza, in parte da remoto. Quando parliamo di ‘New Ways of Working’ intendiamo tutto quello che porta con sé l’essere smart: come vengono passate le informazioni, quali sistemi di protezione vengono adottati o come si organizzano i gruppi di lavoro. La ragione che si lega a quest’ultimo punto è semplice: le relazioni creano nuove idee.

Si parla di ‘nuovo mindset’, che va però inquadrato anche nel contesto fisico. Come vi state muovendo dal punto di vista pratico nella gestione degli spazi di lavoro?

Adottare un ‘nuovo mindset’ nel mondo del lavoro implica riorganizzare gli spazi. Come azienda, abbiamo rivisto la disposizione dei nostri uffici, predisponendo grandi spazi nelle sale dove ci si può incontrare anche solo per condividere un caffè, e sale meeting più piccole, alcune anche singole. Chi va in ufficio deve avere modo di trovarsi, collaborare e interagire, ma deve anche poter scegliere di ritagliarsi il proprio spazio da solo, come accade da remoto. Credo che le parole chiave del terzo millennio siano flessibilità, responsabilità e inclusione, tre valori sui quali da sempre costruiamo il nostro modello organizzativo.

Quale ruolo date alla formazione in azienda e come bilanciate la necessità di hard e soft skill?

Ci piace definire la formazione che offriamo come ‘Mindful’, ovvero l’idea di una consapevolezza che offre un buon balance tra hard e soft skill. Anche in tal caso, la crisi pandemica ha lasciato traccia: da una formazione in presenza, siamo passati ad una formazione 100% digital, cambiando il metodo di fruizione dei servizi, ma non la loro qualità. A fronte dell’esperienza vissuta, siamo giunti ad un modello di training ibrido, che unisce attività fisiche e da remoto tramite la piattaforma di formazione della banca. Da notare come prima della pandemia tra le materie più richieste c’erano le lingue, ora al primo posto troviamo l’utilizzo degli applicativi.

Resta quindi centrale il tema della digitalizzazione…

Esattamente. Digitalizzazione significa avere la capacità tecnologica di supportare nuovi modelli organizzativi, una caratteristica su cui SGSS ormai da anni si distingue. Pur partendo da un buon livello di digitalizzazione aziendale, abbiamo avuto una accelerazione e un ampiamento degli investimenti necessari. E così sarà anche in futuro, perché l’obiettivo è continuare a crescere su questa strada.

Come integrate i temi di inclusione e diversità nel vostro modello aziendale?

Abbiamo pensato al tema dell’inclusione aziendale facendo un passaggio ulteriore, ovvero applicando la diversity alle diverse fasi/esigenze dei lavoratori. Si parta da un caso pratico. Un periodo critico per le lavoratrici donne è rappresentato dalla maternità: una professionista in maternità deve affrontare il tema dell’assenza dal lavoro per diversi mesi, salvo poi ritrovarsi al suo rientro in un ambiente che può non essere quello che ha lasciato; allo stesso modo, un nuovo management può sentirsi in difficoltà nel gestire una risorsa appena rientrata, della quale sa poco.
Abbiamo pertanto analizzato casi e persone e introdotto un processo di dialogo continuativo e di supporto. Questo è solo un esempio, ma esplicativo del nostro modo di operare. In tema di Diversity, al centro dell’opinione pubblica in questi giorni troviamo il “salary gap” che noi consideriamo un punto di partenza e non di arrivo: ci impegniamo infatti a offrire trattamenti economici equi ma anche commisurati alle esigenze di ciascun lavoratore.

E ancora, inclusione non significa agevolare qualcuno a discapito di altri, ma arricchire il processo comune di crescita tramite diversi punti di vista, facendo sentire le persone ingaggiate e coinvolte per il loro valore. Se crescono le persone, cresce l’azienda.

 

Be flexible – Non è solo il luogo: sono i legami, l’unione della sfera personale e professionale
Be engaged – Coinvolgere attivamente significa dare e avere di più, oggi e nel lungo termine
Be mindful – E’ l’idea della piena consapevolezza mentale, che unisce hard e soft skill
Be trained – Una formazione continua, adattiva, permette di progredire oltre le difficoltà
Be diverse – Diversità è arricchire senza togliere, beneficiando dei diversi point of views
Be inclusive – Sentirsi e far sentire a proprio agio le persone fa crescere l’individuo e l’azienda

Questo articolo è stato pubblicato su We Wealth il 19 luglio 2021.

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